venerdì 2 febbraio 2018

La fine di un lungo intenso gennaio

Gennaio sembrava non finire mai, l'ho sentito dire spesso in giro, e non solo quest'anno, da chi ha tirato poi un sospiro di sollievo una volta strappato il foglio dal calendario per scoprire le ventotto (o ventinove) caselle del mese successivo. Forse a causa dell'influenza che non demorde o per il trauma causato dall'interruzione delle vacanze natalizie, non potrei dirlo con certezza.
In effetti, anche io ho avuto tale impressione, pur se con qualche differente connotazione: in questo mese che inaugura il nuovo anno il tempo sembra davvero dilatarsi, espandersi, procedere con una cautela guardinga, quasi con paura che sopraggiunga quel febbraio talmente breve da far volare il tempo lungo tutti gli altri mesi dell'anno. È questo, almeno, il modo in cui gennaio mi appare.
In una simpatica vignetta del compianto fumettista Charles M. Schulz, il cane Snoopy sembra quantomeno "sconvolto" dalla notizia che febbraio è ormai giunto. Un sentimento che condivido con il piccolo brachetto.


Tale sensazione di tempo dilatato e rallentato non è stata, dunque, per me così spiacevole. Anzi, favorevoli sentimenti mi hanno accompagnato, soprattutto in questo principio di 2018. Lo ricordo bene, avevo iniziato il nuovo anno con un particolare entusiasmo, pervaso dal desiderio, o forse dall'illusione, di intravedere continuamente buoni auspici che avrebbero potuto illuminarmi e indirizzarmi meglio lungo un percorso di dodici mesi da costruire ogni giorno. L'entusiasmo tipico di una fase iniziale tende, però, ad affievolirsi col trascorrere dei giorni, dei mesi, quasi sfuggendo di mano, nel momento in cui ci si lascia avvolgere dal grigiore quotidiano. È faccenda questa purtroppo nota a noi essere umani spesso fragili e volubili. Da qui quella paura di cui sopra, che febbraio sopraggiunga, quel timore che mi ha spinto quasi ad aggrapparmi al 31 gennaio per non farlo fuggire via con tutte le sue illusioni. Un 31 gennaio che ovviamente non poteva che passare e andare oltre.
Parlo del mese di gennaio e di quella sensazione di tempo dilatato e mi viene in mente una strana associazione di idee; rivolgo il mio pensiero a quella che non può che essere considerata la principale fase iniziale nella vita di una persona, la giovinezza adolescenziale, un'età assai cruciale per il suo coacervo di aspettative, illusioni, speranze, timori.
Ricordo quegli anni come un tempo che trascorreva lentamente, sospeso tra la voglia di godere ancora di quella spensieratezza, il desiderio di andare avanti, crescere, diventare indipendenti e affrontare nuove esperienze, misto alla paura di imbattersi in profonde delusioni, con il disperato tentativo di aggrapparsi ancora a qualcosa che sta fuggendo via.
Può sembrar strano pensare a gennaio come a una "fase adolescenziale" del nuovo anno, eppure credo che l'associazione non suoni tanto male. Le sensazioni, seppure nelle dovute proporzioni, mi appaiono simili. Vi è certamente una costante, la cui enunciazione può apparire banale, ovvero che, per quanto dilatato, il tempo non può fare a meno di scorrere senza tregua. Ma vi è anche la piccola soddisfazione di pensare che gennaio, con il suo piccolo pacchetto di illusioni e buoni auspici, in fondo, al contrario dell'adolescenza, si ripresenta puntualmente ogni anno.



venerdì 26 gennaio 2018

Focus di attualità – La razza e i suoi significati

Il 27 gennaio è il giorno in cui nel 1945 le truppe dell'Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Il giorno in cui venne svelato al mondo, tramite le testimonianze dei sopravvissuti, un orrore che mai si sarebbe potuto compiutamente immaginare, pur nel disastro di due guerre consecutive. E tale data rimane, quale Giornata della Memoria, a ricordare perpetuamente fino a che punto la malvagia e folle mente umana possa spingersi nell'annientare i propri simili.
Questo è un periodo in cui l'intolleranza fascista sempre più insistentemente sembra voler tornare a farsi sentire. E persino colui che vorrebbe candidarsi alla guida di una Repubblica antifascista e dovrebbe giurare di osservarne lealmente la Costituzione, si permette di dire che "il fascismo ha fatto cose buone". "Cose buone", un termine che in tanti continuano a ripetere, un'espressione che ha il sapore di una terribile mistificazione, un intollerabile mezzo per giustificare le azioni di un dittatore assetato di potere che ha contribuito all'eccidio di milioni di persone.


Tale recente triste realtà è stata fortunatamente illuminata da una saggia decisione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che da poco ha nominato senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta all'Olocausto e attivamente impegnata nel diffondere la testimonianza di quegli orrori.
Un'attività sicuramente ancora importante, considerato quanto si fatica a superare una certa mentalità pregna di intolleranza. Infatti, in questo periodo un episodio in particolare ha riportato alla luce talune riflessioni sul significato di "razza": il candidato alla Presidenza della Regione Lombardia, in merito alla questione della regolazione dei flussi immigratori, ha parlato di rischio di sopravvivenza della "razza bianca", utilizzando un termine che molti credevano superato. Lo stesso candidato ha affermato che in fondo anche nella Costituzione, all'articolo 3, si parla di "razza" e che quel termine in un certo senso lo ha aiutato nei sondaggi elettorali. L'ottusità di certe persone può apparire sconvolgente, ma sappiamo che si tratta di un male comune che arriva da lontano.
L'idea che la specie umana potesse essere divisa in razze, intese come raggruppamenti caratterizzati da tratti fisici comuni e comportamenti ben definiti, nacque nel periodo postcoloniale per ragioni prettamente politiche. Vi era alla base di tale concezione l'ipotesi secondo cui le evidenti differenze fisiche tra i gruppi umani che popolavano le varie aree del pianeta, che erano frutto di adattamenti all'ambiente, implicassero anche profonde differenze psicologiche e comportamentali. Seguendo tale ipotesi si riteneva possibile operare distinzioni e classificazioni delle diverse popolazioni mondiali.
In quel periodo l'Occidente aveva iniziato a invadere ogni angolo del mondo seguendo la propria sete di dominio. Mentre gli antropologi cercavano di formulare una catalogazione delle presunte razze senza rinvenire alcuna evidenza scientifica, l'idea di "razza" fu sufficiente a dare avvio alla deportazione delle popolazioni africane negli Stati Uniti per ridurle in schiavitù, in conseguenza della loro presunta appartenenza a una razza ritenuta intellettualmente inferiore. Tali stereotipi continuarono a rafforzarsi fino a condurre alle leggi che vietavano i matrimoni misti. E l'atteggiamento di Hitler verso gli ebrei non fu certo dettato da criteri diversi.


Successivi studi dimostrarono come l'antropometria (la catalogazione delle misure e delle proporzioni del corpo al fine di definire le razze mediante un insieme preciso di numeri e statistiche) fosse totalmente priva di fondamento. In particolare, gli studiosi scoprirono che tra una generazione e l'altra vi erano numerose differenze, per cui i parametri, sulla cui base si pretendeva di catalogare le razze, si modificavano di valore con il trascorrere delle generazioni. Gli studi sul DNA hanno mostrato come le differenze tra essere umani in termini genetici siano assai minime e che ciascun gruppo in cui si pretendeva di suddividere la popolazione mondiale manteneva in sé la gran parte della variabilità genetica.
La suddivisione in razze è dunque priva di ogni fondamento scientifico e le differenze genetiche non hanno alcun collegamento con l'aspetto fisico che dipende soltanto da adattamenti alle condizioni ambientali.
A proposito della Costituzione, anche l'Istituto Italiano di Antropologia, tempo fa, ha sottolineato il fatto che l'articolo 3 della Carta fa riferimento al termine "razza", ritenendo debba essere modificato in quanto scientificamente improprio, per essere sostituito con altre espressioni (aspetto fisico, colore della pelle, tradizioni culturali).
Ma è davvero necessario adottare altre espressioni in Costituzione? Io credo di no e ritengo che non ci si debba nemmeno sforzare nell'interpretare quel termine attribuendo ad esso un significato diverso da quello che l'ottusità umana ha elaborato nel corso dei secoli. La parola "razza" è stata scritta in quella precisa accezione di cui parlavo sopra e non perché i Padri Costituenti fossero realmente convinti che la medesima avesse un qualche fondamento. Il termine è lì per ricordare l'orrore di chi, nella convinzione che una razza, quella ariana in particolare, fosse superiore alle altre, ha ritenuto di poter decidere della vita e della morte di altri esseri viventi condannandoli a una straziante sequenza di dolore. E i nostri Padri Costituenti, sancendo il principio generale per cui non vi deve essere alcuna distinzione di razza, hanno inteso contrastare qualsiasi discriminazione basata sulla suddivisione del genere umano in ipotetiche categorie di "inferiori" e "superiori". Perché se la l'idea di razza è stata ripudiata dal mondo scientifico, ancora persiste nella mentalità di molte persone.



mercoledì 24 gennaio 2018

Bizzarre inquietudini di un blog

Scrivere in un blog. Fino a due anni fa mi appariva come un sogno meditato e custodito a lungo, un sogno che ha, poi, iniziato a realizzarsi. In fondo non era così difficile: bastava semplicemente trovare il coraggio e la volontà, premere qualche tasto e incominciare a scrivere.
Certo, da allora sono stato abbastanza inquieto: ho aperto blog su varie piattaforme, ne ho cambiato aspetto, obiettivi, contenuti. Ho seguito linee di continuità che hanno subito svolte improvvise, alla ricerca di un sentiero lungo il quale ritrovarmi e sentirmi a mio agio.
Ho cercato di dare una forma precisa ai miei pensieri, di catalogare adeguatamente le mie riflessioni, i miei interessi, quasi in modo maniacale. E il primo blog che ho creato è stato destinato esclusivamente alla mia passione per i libri e la letteratura (raggiungibile tramite questo link Un faro nella nebbia).
Devo, quindi, decidere come continuare a utilizzare questo spazio creato un anno fa, che chiamai "Diario notturno" pensando a Ennio Flaiano e al suo splendido libro, con la successiva aggiunta del termine "inquieto scribacchino", che, in fondo, rappresenta ciò che ogni tanto sento di essere.
Cerco di capire, in questi giorni, cosa vorrei davvero scrivere nei ritagli di tempo che riesco a ricavare tra i vari impegni quotidiani. Magari raccontarmi nel profondo, prendere spunto da ciò che mi accade quotidianamente, riflettere su frasi che mi capita di ascoltare o leggere. E, poi, dare sfogo a un desiderio creativo che mi insegue da anni chiedendo di essere finalmente soddisfatto, personaggi che continuano a ronzare nella mente, appena abbozzati, che cercano di formarsi, uscire fuori e intraprendere un loro ben definito percorso.


Quando penso alla possibilità di parlare di sé, mi viene in mente una strana domanda che qualcuno mi fece tempo fa: "Cosa faresti se potessi leggere nel pensiero delle persone?". È una domanda certamente spiazzante, un'ipotesi astratta che fa riferimento a fenomeni paranormali. Eppure, io ho una risposta certa, perché, in realtà, mai desidererei leggere nella mente altrui, così come non vorrei mai che qualcuno si intrufolasse nei miei pensieri. Forse perché avrei paura di scoprire troppo quei profondi abissi di malvagità che potrebbero nascondersi in alcune menti, o semplicemente perché la considererei una forma di violazione di una sfera intima.
Credo che le persone debbano potersi rivelare poco alla volta, secondo i propri tempi, la propria volontà, selezionando ciò che realmente desiderano esternare al mondo. Con questo, non voglio certamente negare la bellezza della sincerità, ma credo pure che essere eccessivamente trasparenti, esporre e buttar fuori qualsiasi cosa passi per la testa non sia un grande vantaggio.
Mi convinco sempre di più che sia meglio ponderare, mettere ordine nel cumulo dei propri pensieri, esternare ciò che si desidera realmente far conoscere di sé. E questo blog potrebbe continuare ad aiutarmi molto nella selezione dei pensieri.
Ecco, intanto, una piccola scaletta di rubriche da sviluppare:
  • Vita quotidiana;
  • Aforismi;
  • Focus di attualità;
  • Racconti.

giovedì 12 ottobre 2017

Una fiducia di troppo

Fiducia è un termine di cui ultimamente si sta parlando molto. Si continua ad asserire che il popolo ha ormai perso fiducia nei suoi rappresentanti politici e, per questo, è sempre più preda del potere demagogico. Nel frattempo, il Governo continua imperterrito a chiedere fiducia su qualsiasi provvedimento abbia in mano, da ultimo sulla legge elettorale. Si parla di assalti alla democrazia, di Governi non eletti, tanti slogan buttati qua e là e sui quali ogni tanto bisognerebbe fare qualche approfondimento, anche solo per chiarirsi le idee.
Partiamo da alcune certezze. Il Parlamento è l’unico organo costituzionale eletto dal popolo ed è, quindi, espressione della volontà collettiva. Secondo la Costituzione (art. 67), rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza alcun vincolo di mandato. Il suo compito essenziale è svolgere la funzione legislativa.
Anche il Governo, organo costituzionale non eletto dal popolo, ma nominato dal Presidente della Repubblica secondo determinate procedure, esercita, oltre al potere esecutivo, anche la funzione legislativa entro determinati limiti. Infatti, può:
  • emanare decreti legge, ovvero provvedimenti necessitati e urgenti che devono essere convertiti in legge entro i successivi sessanta giorni;
  • emanare decreti legislativi in attuazione dei principi e criteri direttivi sanciti dal Parlamento con apposite leggi delega;
  • presentare disegni di legge di propria iniziativa alle Camere.
A proposito della famigerata fiducia, è la legge n. 400 del 1988, che disciplina l’attività di Governo, a prevedere tale strumento: il Consiglio dei ministri esprime l'assenso alla iniziativa del Presidente del Consiglio dei ministri di porre la questione di fiducia dinanzi alle Camere e delibera sulle questioni su cui il Governo chiede la fiducia del Parlamento. È evidente che la fiducia dovrebbe essere posta essenzialmente su questioni attinenti il programma di Governo.


L’attività legislativa del Parlamento può subire accelerazioni, mediante procedimenti abbreviati e l’approvazione diretta dei disegni di legge da parte di Commissioni permanenti (art. 72). Tali procedure abbreviate non sono, però, ammissibili in alcune materie, tra cui i disegni di legge in materia costituzionale, elettorale, di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi. Secondo la legge n. 400 del 1988 (art. 15) in tali materie non è, ovviamente, consentito al Governo di provvedere tramite decreti legge.
Dunque, un attento esame della normativa costituzionale e ordinaria ben consente di chiarire che la materia elettorale, data la sua particolare delicatezza e il suo orizzonte temporale che va oltre quello dell'attività di un Esecutivo, non può formare oggetto di procedimenti abbreviati che possano rischiare di compromettere il dibattito parlamentare, né può essere attratta nella sfera di competenza governativa tramite decreti necessitati e urgenti. In poche parole, la legge elettorale, che disciplina i meccanismi di espressione della volontà popolare, non può che essere frutto di un adeguato dibattito di un Parlamento che di quella volontà popolare è il risultato.
Il ricorso alla fiducia, pur se giustificato dall’esigenza di superare situazioni di stallo o di ostruzionismo, non può considerarsi, almeno a mio avviso, corretto e coerente con il quadro sopra delineato, per cui coloro che in queste ore stanno portando avanti le proprie lamentele non hanno, poi, tutti i torti da un punto di vista strettamente procedurale.
Eppure, mi verrebbe da chiedere loro perché in tutto questo tempo il Parlamento non è riuscito a esprimere una propria volontà su tale argomento con le ordinarie procedure. Se un organo legislativo nel suo complesso non è in grado di produrre un risultato su un tema tanto importante, forse ciascun componente dovrebbe iniziare a fare un serio esame di coscienza sulla propria capacità di rappresentare la volontà popolare. Ma forse qui chiediamo troppo.

mercoledì 6 settembre 2017

La fine dell'estate e l'attesa di novità

Settembre è ormai iniziato. Il caldo asfissiante che ha accompagnato costantemente le nostre giornate sembra ormai aver ceduto definitivamente il posto a un fresco venticello che ha finalmente smosso un'aria divenuta opprimente. La pioggia ha iniziato a bagnare questa terra ormai arida e martoriata dai continui roghi estivi.
Le giornate si accorciano sempre di più, come giustamente richiede l'alternarsi delle stagioni, stendendo un velo di malinconia su ogni cosa, accompagnandosi a quella dolce nostalgia che richiama alla mente tanti ricordi.
Questo periodo, con il lento e progressivo avvicinarsi dell'autunno, mi riporta, infatti, indietro nel tempo a quando, ragazzino o adolescente, mi preparavo mentalmente all'inizio della scuola.
Non era per me un'idea così traumatica e non perché io avessi un amore smodato per la scuola, sebbene ci andassi senza particolari sforzi. In realtà era l'aria di cambiamento che mi faceva stare bene, quella stessa che, in fondo, come dirò dopo, mi fa stare bene ancora oggi.
Certamente, le prime settimane di vacanza non avevo alcun motivo di lamentarmi, mi rilassavo, magari andavo al mare o in giro con gli amici, o semplicemente me ne stavo a casa a farmi gli affari miei. Era un cambiamento anche quello, in fin dei conti. Ma, poi, tutto questo diveniva un'abitudine che finiva per non procurarmi più piacere e per impigrirmi. E allora l'arrivo di settembre con i suoi cambiamenti climatici, i vestiti più pesanti da indossare, le abitudini da modificare, mi dava quella sensazione di rinnovamento che, in qualche modo, mi aiutava a uscire dal letargo mentale.


Allora, uscivo con mio padre e mi recavo in libreria a prenotare e acquistare libri scolastici e altro materiale didattico, iniziavo a sfogliare i tomi che mi interessavano maggiormente, incontravo i miei compagni di scuola per un confronto sui compiti estivi da ultimare, pensavo a qualche nuovo progetto per l'anno scolastico che stava per iniziare.
È stato un breve, ma intenso periodo del quale conservo bei ricordi. E anche se la mia vita è completamente cambiata e da anni mi sono trasferito nella caotica Capitale per affrontare i ritmi quotidiani di un'intensa attività lavorativa, ancora oggi continuo a ricercare quella sensazione di rinnovamento che mi procura benessere, da ritrovare magari in piccoli gesti: mettere in ordine la scrivania, cambiare disposizione dei volumi in libreria, acquistare nuovi libri, passeggiare in luoghi non necessariamente sconosciuti, ma da osservare con prospettive diverse.
Questa sensazione di rinnovamento continuo a ricercarla proprio in questo modo, tentando, man mano, di dare una prospettiva diversa alla mia vita, pur se di poco. E cercando di evitare scossoni eccessivi, anche se non è sempre facile. Già, perché in realtà ho un rapporto abbastanza conflittuale con quelle novità che mi stravolgono e che, in un certo senso, non riesco a dominare fin da subito. Colpa, anche, di quell'ansia che mi accompagna da sempre.
Penso a quanti anni ho impiegato a decidermi a prendere un aereo e affrontare un viaggio in un altro Paese. L'estate scorsa, finalmente, ce l'ho fatta, dopo aver, ovviamente, pianificato tutto il tragitto assillando per settimane amici e parenti al fine di avere tutto sotto controllo e conoscere ogni dettaglio necessario ad affrontare il viaggio senza problemi. E devo ammettere che, una volta atterrato, ho semplicemente desiderato di rifarlo ancora, tante altre volte.
Sicuramente, non posso non pensare anche alla novità che mi ha stravolto maggiormente, quella che ho citato sopra, il mio trasferimento a Roma, una novità che mi è costata molta fatica, sotto vari punti di vista, ma che ha cambiato la mia vita in meglio.
Sembra, dunque, una contraddizione: cerco, spesso, di dare una spolverata alla mia mente per guardare le cose con occhi nuovi, eppure le novità che stravolgono mi spaventano, mi pongono in uno stato di continua ansia. Poi, una volta affrontate, provo un grande piacere, la sensazione di aver fatto qualcosa di cui non posso pentirmi (anzi, non facendo nulla avrei avuto solo rimpianti) e mi chiedo tutte le volte come ho potuto provare tanta ansia. Salvo, poi, ricominciare la volta successiva.
Ma sappiamo bene che la conflittualità e la contraddittorietà sono elementi tipici di noi esseri umani. Siamo esperti nel complicarci la vita.


giovedì 10 agosto 2017

Il caldo, i buoni vicini e le ferie – cronaca semiseria

Caldo eccessivo, quasi violento e invasivo. Qualcuno potrà anche dire "è pur sempre estate, non vuoi che faccia caldo?", sarà anche così, ma io non ricordo di aver mai sclerato così tanto gli anni passati. C'erano giorni in cui il termometro saliva sopra i 35 gradi, c'era un'afa pazzesca, ma poi arrivava la pioggia a rinfrescare tutto. Magari, poi, ricominciava il ciclo, ma sembrava tutto più sopportabile. E, invece, a Roma non piove da mesi quest'anno. È il famoso cambiamento climatico di cui stiamo, via via, assaggiando gli effetti nefasti?
Vicini, cari vicini. Beati loro che se ne sono andati già in ferie. Il palazzo sembra una landa desolata. Non c'è la buona vicina di casa che ti accoglie con un sorriso o con il profumo della sua cucina. Sebbene di questi tempi di fame e voglia di cucinare ce ne sia poca.


Tuttavia qualcuno al piano di sopra c'è. I bravi abitanti dell'attico, quelli che amano tanto le piante, le curano con amore. E tu vicino come fai a non amare le loro piante? Devi avere anche tu tanta pazienza, un'infinita dedizione.
Bisogna ricordarsi che amare le piante vuol dire potarle. E vuoi che le foglie non cadano un po' sul tuo terrazzino? In fondo non costa nulla raccoglierle, suvvia quante storie!
E amare le piante vuol dire anche innaffiarle. Ma cosa dico? Non "innaffiare", ma "affogare", ecco il termine appropriato. D'altronde, le povere creature hanno sete, con questo caldo ancor di più. E se poi, puntuale a una certa ora, arriva uno scroscio di acqua sul tuo balcone che somiglia piuttosto alla Cascata delle Marmore? Pazienza ci vuole ... settembre arriverà.
Nel frattempo pure io vado in ferie. Approfitterò di alcuni giorni per rilassarmi, leggere e scrivere sul mio taccuino di appunti ciò che mi passa per la testa (e magari completare quei racconti che ho in mente da tempo). Ci si vede a fine agosto, buone vacanze!



mercoledì 5 luglio 2017

Il multiforme silenzio

Il silenzio, a volte se ne avverte un estremo bisogno. Rinchiudersi in una stanza, isolarsi, mettersi al riparo dal caos, dal vociare confuso, dallo strepitare esaltato di gente che urla i fatti propri al cellulare, dagli strombazzamenti quotidiani.
Un'oasi di tranquillità in cui rifugiarsi per difendersi, ma che potrebbe anche rivelarsi un'arma a doppio taglio. Accade quando certi fantasmi, certi pensieri iniziano a risvegliarsi, a riaffacciarsi dagli angoli più reconditi della propria mente. Quando si sta in silenzio nella propria stanza, si è da soli con se stessi, senza filtri, maschere, condizionamenti. Si può anche essere tanto bravi da mentire a se stessi, ma alla fine certi conti bisogna sempre farli.
Il silenzio, quanti scrittori si sono occupati di lui. Da Josè Saramago che afferma che "forse solo il silenzio esiste davvero" a Giacomo Leopardi per cui "il silenzio è il linguaggio di tutte le forti passioni, dell'amore (anche nei momenti dolci) dell'ira, della meraviglia, del timore", per passare da Erich Maria Remarque, "il silenzio fa sì che le immagini del passato non suscitino desideri ma tristezza, una enorme sconsolata malinconia".


Nella sua essenzialità, quasi banalità, mi colpisce questa frase dello scrittore britannico Charles Caleb Colton: "quando non hai niente da dire, non dire niente". Davvero fondamentale, il silenzio, quello opportuno di chi farebbe meglio a tacere, sui social soprattutto, invece che alimentare continue polemiche basate sul nulla e diffondere notizie false, favorendo la disinformazione.
Il concerto di Vasco Rossi e la morte di Paolo Villaggio, ultimamente, sono stati esempi eclatanti di occasioni in cui coloro che interpretano i propri gusti personali come diktat da imporre a tutti avrebbero fatto meglio a rimanere in silenzio. Ovviamente, occasioni irrimediabilmente perse.
Infine, il silenzio, quando davvero non hai più parole. Perché ricordi quel tuo vecchio compagno di scuola, un ragazzo educato con il quale ogni tanto studiavi e organizzavi lavori di gruppo; lo ricordi con piacere, anche se lo avevi perso di vista dopo la scuola, magari lo incontravi ogni tanto, semplicemente un "ciao" e un sorriso. Sapevi che poco più che ventenne aveva iniziato a lottare contro un male dal quale difficilmente si sfugge, un male che ogni volta sembrava attutito, ma poi si ripresentava più forte di prima. Non lo vedevi, ma lo accompagnavi con il pensiero e speravi per lui. Ma quando ieri ti hanno detto che ha smesso di lottare, non ti è rimasto altro che il silenzio.