giovedì 10 agosto 2017

Il caldo, i buoni vicini e le ferie – cronaca semiseria

Caldo eccessivo, quasi violento e invasivo. Qualcuno potrà anche dire "è pur sempre estate, non vuoi che faccia caldo?", sarà anche così, ma io non ricordo di aver mai sclerato così tanto gli anni passati. C'erano giorni in cui il termometro saliva sopra i 35 gradi, c'era un'afa pazzesca, ma poi arrivava la pioggia a rinfrescare tutto. Magari, poi, ricominciava il ciclo, ma sembrava tutto più sopportabile. E, invece, a Roma non piove da mesi quest'anno. È il famoso cambiamento climatico di cui stiamo, via via, assaggiando gli effetti nefasti?
Vicini, cari vicini. Beati loro che se ne sono andati già in ferie. Il palazzo sembra una landa desolata. Non c'è la buona vicina di casa che ti accoglie con un sorriso o con il profumo della sua cucina. Sebbene di questi tempi di fame e voglia di cucinare ce ne sia poca.


Tuttavia qualcuno al piano di sopra c'è. I bravi abitanti dell'attico, quelli che amano tanto le piante, le curano con amore. E tu vicino come fai a non amare le loro piante? Devi avere anche tu tanta pazienza, un'infinita dedizione.
Bisogna ricordarsi che amare le piante vuol dire potarle. E vuoi che le foglie non cadano un po' sul tuo terrazzino? In fondo non costa nulla raccoglierle, suvvia quante storie!
E amare le piante vuol dire anche innaffiarle. Ma cosa dico? Non "innaffiare", ma "affogare", ecco il termine appropriato. D'altronde, le povere creature hanno sete, con questo caldo ancor di più. E se poi, puntuale a una certa ora, arriva uno scroscio di acqua sul tuo balcone che somiglia piuttosto alla Cascata delle Marmore? Pazienza ci vuole ... settembre arriverà.
Nel frattempo pure io vado in ferie. Approfitterò di alcuni giorni per rilassarmi, leggere e scrivere sul mio taccuino di appunti ciò che mi passa per la testa (e magari completare quei racconti che ho in mente da tempo). Ci si vede a fine agosto, buone vacanze!



mercoledì 5 luglio 2017

Il multiforme silenzio

Il silenzio, a volte se ne avverte un estremo bisogno. Rinchiudersi in una stanza, isolarsi, mettersi al riparo dal caos, dal vociare confuso, dallo strepitare esaltato di gente che urla i fatti propri al cellulare, dagli strombazzamenti quotidiani.
Un'oasi di tranquillità in cui rifugiarsi per difendersi, ma che potrebbe anche rivelarsi un'arma a doppio taglio. Accade quando certi fantasmi, certi pensieri iniziano a risvegliarsi, a riaffacciarsi dagli angoli più reconditi della propria mente. Quando si sta in silenzio nella propria stanza, si è da soli con se stessi, senza filtri, maschere, condizionamenti. Si può anche essere tanto bravi da mentire a se stessi, ma alla fine certi conti bisogna sempre farli.
Il silenzio, quanti scrittori si sono occupati di lui. Da Josè Saramago che afferma che "forse solo il silenzio esiste davvero" a Giacomo Leopardi per cui "il silenzio è il linguaggio di tutte le forti passioni, dell'amore (anche nei momenti dolci) dell'ira, della meraviglia, del timore", per passare da Erich Maria Remarque, "il silenzio fa sì che le immagini del passato non suscitino desideri ma tristezza, una enorme sconsolata malinconia".


Nella sua essenzialità, quasi banalità, mi colpisce questa frase dello scrittore britannico Charles Caleb Colton: "quando non hai niente da dire, non dire niente". Davvero fondamentale, il silenzio, quello opportuno di chi farebbe meglio a tacere, sui social soprattutto, invece che alimentare continue polemiche basate sul nulla e diffondere notizie false, favorendo la disinformazione.
Il concerto di Vasco Rossi e la morte di Paolo Villaggio, ultimamente, sono stati esempi eclatanti di occasioni in cui coloro che interpretano i propri gusti personali come diktat da imporre a tutti avrebbero fatto meglio a rimanere in silenzio. Ovviamente, occasioni irrimediabilmente perse.
Infine, il silenzio, quando davvero non hai più parole. Perché ricordi quel tuo vecchio compagno di scuola, un ragazzo educato con il quale ogni tanto studiavi e organizzavi lavori di gruppo; lo ricordi con piacere, anche se lo avevi perso di vista dopo la scuola, magari lo incontravi ogni tanto, semplicemente un "ciao" e un sorriso. Sapevi che poco più che ventenne aveva iniziato a lottare contro un male dal quale difficilmente si sfugge, un male che ogni volta sembrava attutito, ma poi si ripresentava più forte di prima. Non lo vedevi, ma lo accompagnavi con il pensiero e speravi per lui. Ma quando ieri ti hanno detto che ha smesso di lottare, non ti è rimasto altro che il silenzio.

mercoledì 7 giugno 2017

La spaventosa idea dell'orrore

Domenica mattina. Mi alzo dal letto per fare colazione e il mio sguardo, a un certo punto, cade distrattamente su uno stralcio di notizia che mi fa allarmare. Comincio a pensare, illudendomi, che possa trattarsi di un errore o di uno scherzo di chi ha voluto riproporre una vecchia notizia. Ma, poi, capisco che è tutto reale, che l'orrore ha di nuovo travolto altre vittime.
Tragicamente, ancora vittime a Londra, tre attentati nel Regno unito nel giro di poche settimane. I nervi sono ormai allo stremo, al punto che quasi contemporaneamente a Torino un falso allarme procura un migliaio di feriti.
"L'orrore del reale è nulla contro l'idea dell'orrore". Questa frase del Macbeth di Shakespeare continua a risuonarmi in testa. Nella tragedia shakespeariana è pronunciata in un contesto diverso (I miei pensieri, solo virtuali omicidi, scuotono la mia natura di uomo; funzione e immaginazione si mescolano; e nulla è, se non ciò che non è), eppure rende l'idea di ciò che siamo diventati, talmente condizionati dalla paura che finiamo per creare l'orrore anche quando non esiste. E, magari, finendo per dare luogo a estenuanti dibattiti con insulti connessi.


L'orrore degli attacchi terroristici e delle stragi ce lo portiamo dentro da sempre, purtroppo abituati ormai ad avere nella nostra patria capi spietati che hanno stabilito di avere diritto di vita e di morte su chiunque rappresenti un ostacolo.
Eppure, siamo in uno Stato di diritto che deve far rispettare le regole e applicarle a tutti nella loro interezza. Di conseguenza, se il supremo organo giurisdizionale, competente nell'applicazione uniforme del diritto, sancisce che una decisione di diniego di differimento della pena debba essere motivata in modo più adeguato (che non implica che sia stata decisa alcuna scarcerazione, come molti giornali vogliono lasciare intendere), quelle motivazioni andranno integrate e riviste.
Anche se fa male anche solo pensare di poter parlare di diritti e dignità nei confronti di chi il rispetto della dignità altrui non lo ha mai avuto - con negli occhi le immagini delle stragi, l'orrore straziante di vite stroncate – bisogna ricordarsi che uno Stato di diritto rispetta le regole, quelle stesse regole che un'associazione mafiosa calpesta inesorabilmente.
Poi, si possono aprire infiniti dibattiti sulle profonde disuguaglianze nell'applicazione dei diritti, sulla indegna situazione delle carceri, dibattiti che si auspica siano costruttivi e non solo basati su insulti reciproci. Ma, in assenza di uno Stato che applichi il diritto, c'è solo giustizialismo, fondato sulla quella spaventosa idea dell'orrore.

mercoledì 31 maggio 2017

L'addio in lacrime del capitano e un po' di retorica

Premetto che non sono romanista, anzi in realtà non sono neanche un gran tifoso di calcio, per cui difficilmente mi faccio coinvolgere.
Eppure, quando ho assistito al commiato in lacrime di Francesco Totti, circondato dall'affetto evidente dei tifosi, non solo non mi sono affatto stupito, ben conoscendo la grande passione dei romani per il loro capitano, ma mi sono anche un po' intenerito.
Più che Totti, mi hanno fatto tenerezza i tifosi, mi hanno indotto a pensare che esiste ancora tanta gente che ha i propri miti, punti di riferimento in cui credere (al di là delle mode passeggere) e, fortunatamente, non è ancora completamente disillusa da tutto ciò che la circonda.
Guardando Totti, mi è venuto, poi, in mente un altro capitano, Paolo Maldini, che anni fa si licenziò dalla sua carriera di calciatore (anche lui fedele alla stessa maglia per tanti anni) in un'atmosfera non del tutto serena, con alcune contestazioni e fischi. Una situazione abbastanza triste per un ragazzo che, a dispetto di tutto ciò che si può pensare di un calciatore, ha dato molto ai suoi tifosi e ha ricevuto in cambio poca gratitudine. In fondo, Totti può considerarsi davvero fortunato ad avere avuto cotanta tifoseria che lo ha riempito di affetto fino alla fine.
Per il resto, ci può stare un po' di ironia da parte di coloro che hanno ritenuto tali manifestazioni leggermente esagerate. Tuttavia, le persone che indulgono continuamente nell'indignazione, fissano priorità e si lasciano andare ad affermazioni del tipo "invece di pensare alle cose serie, ai poveri, ai disoccupati!" mi lasciano sempre un po' perplesso perché non riesco a capire bene il nesso. Più che altro, mi ricordano, per un certo verso, quelli che dicono "invece di pensare agli animali, pensate alla fame nel mondo". E, magari, loro non pensano né agli animali, né alla fame nel mondo.


giovedì 25 maggio 2017

Per rabbia e per amor di polemica

Capita di provare rabbia sul posto di lavoro, di essere particolarmente stressati, di prendersela con i colleghi, specialmente se non collaborativi, di essere scontenti e nervosi nei confronti dei capi, di ricevere seccature dall'esterno. D'altronde, lo stress lavorativo non è un'invenzione recente.
Magari vi è il rischio di trascendere, di andare oltre il livello di guardia. Certo, non capiterà a tutti, poiché ognuno avrà un diverso modo di reagire, ma accade. Sicuramente, non è un bene per la nostra salute, non è bello nei confronti degli altri, con i quali vorremmo mostrarci sempre sereni, sorridenti, pacati. Ma, purtroppo, la nostra condizione di esseri umani può portarci anche a questo. E, di certo, la gogna mediatica non è la punizione migliore.
Fatte queste premesse, non ho davvero intenzione di avventurarmi nella polemica sulle frasi pronunciate da Flavio Insinna, che avrà certamente sbagliato, ma rimane per me un professionista di buon livello. Una polemica che, comunque, continua a imperversare, considerato che diversi utenti social amano introdursi con ardore e insistenza in qualunque discussione, per ambire alla laurea in Tuttologia.


Invece, vorrei innescare una piccola polemica su programmi come Striscia la notizia o le Iene che, a volte, pur di ottenere scoop clamorosi, non esitano a svergognare chiunque, magari prendendosi rivincite personali e utilizzando mezzi poco ortodossi (chi ha spedito il fuori onda a un'azienda concorrente, come ha giustamente sottolineato Selvaggia Lucarelli?). In alcuni casi, sono state svelate alcune truffe, ma in altre situazioni, certi servizi esaltanti non solo hanno creato inutili polemiche, ma hanno procurato anche danni: mi viene in mente il servizio delle Iene sul caso Unar, un chiaro esempio di informazione distorta. Come sempre, c'è chi, pur di ottenere clamore mediatico, calpesta la dignità delle persone.

venerdì 19 maggio 2017

La lotta contro l'omofobia tra pregiudizi e leggi dimenticate

Mercoledì si è celebrata la giornata mondiale contro l'omotransfobia, ricorrenza promossa dall'Unione europea nel 2004. Una giornata interamente dedicata alla sensibilizzazione, un momento importante per puntare l'attenzione contro pregiudizi e stereotipi, contro chi ancora crede che esista un "diverso" di cui aver paura o nei cui confronti sentirsi superiori, un "diverso" che si vorrebbe osteggiare in ogni modo. E il mio pensiero è rivolto, in particolare, a una piccola parola, a una semplice congiunzione, quel "ma" di chi nega per sé la condizione di omofobo, ma poi spalanca la porta verso un sconfinato mare di avversione, ignoranza, pregiudizio. Un "ma" che dovrebbe iniziare a sparire.


Sul tema dell'omofobia, ho letto qualche tempo fa un bell'articolo scritto dal giornalista Giovanni Fontana nel suo blog "Distanti saluti", in cui affermava che l'omofobia è una parola non corretta, che lascerebbe intendere che l'unica fonte di odio verso gli omosessuali sia la paura, mentre "il disprezzo per gli omosessuali ha molte forme: la repulsione, l’odio diretto, l’ignoranza schietta, il conformismo che ride del diverso, e in generale un approccio acritico, che non si domanda davvero che bene o male possa fare un omosessuale, ma si affida a quello che ne pensa l’ambiente che si ha attorno. E l’ambiente è spesso maschilista, banale, ferocemente canonico". Nel post si racconta la storia, poco nota in Italia, di Graeme LeSaux, calciatore inglese oggetto di una vera e propria persecuzione da parte dei suoi compagni di squadra, convinti che fosse gay, e, subito dopo, da parte delle tifoserie. Che il ragazzo non fosse realmente gay era solo un dettaglio, tutti avevano deciso, in base ai giornali che leggeva, alla musica che ascoltata, agli amici con cui andava in vacanza, che era omosessuale e che per questo doveva diventare oggetto di continuo dileggio e disprezzo.
Sappiamo bene che episodi simili di persecuzione ve ne sono tanti in Italia e finiscono sui giornali soltanto quando la vittima oggetto di tali vessazioni decide di togliersi la vita. Per non parlare degli episodi di pestaggio (a Roma intorno alla zona del Colosseo erano molto frequenti in un certo periodo) da parte dei cosiddetti "uomini veri", che di umano non hanno nulla.

E, accanto a tali episodi di violenza, non possiamo dimenticare quell'omofobia strisciante propria dei moralisti e perbenisti che, nella loro intolleranza, organizzano manifestazioni incentrate sull'odio, volte a negare diritti. Ricordo ancora che l'organizzatore principale di tale manifestazione (Gandolfini), di fronte ai suicidi di giovani omosessuali, suggerì di "spingerli verso l'eterosessualità".
La lotta contro l'omotransfobia non può quindi concludersi in una sola giornata, ma continuare giorno dopo giorno. Per questi motivi, c'è bisogno in Italia di una legge che contrasti tali fenomeni, punendoli severamente, oltre a una campagna di sensibilizzazione.
Attualmente, vi è un disegno di legge che giace in Parlamento, un testo presentato dall'Onorevole Scalfarotto del PD approvato dalla Camera dei Deputati nel settembre del 2013, poi trasmesso al Senato: la discussione in Commissione Giustizia è, tuttavia, ferma dal mese di luglio del 2014.
Il testo prevede reclusione e multe per chi istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi fondati sull'omofobia o transfobia, per chi istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per i medesimi motivi, per chi partecipa ad organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi aventi tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza basata sull'orientamento sessuale. Viene, in ogni caso, fatta salva la libertà di opinione ed espressione (tutelata, comunque, dalla Costituzione), purché non si istighi all'odio o alla violenza.
La discussione è ferma in Senato a causa dell'ostruzionismo, neanche a dirlo, dei partiti di destra (soprattutto la Lega) che temono che venga lesa la libertà di opinione, nonostante le salvaguardie stabilite dalla legge stessa. In sintesi, i politici hanno paura che, andando in giro a dire che i gay sono malati e che le unioni civili sono contro natura, qualcuno possa fargli causa. Tuttavia, non si preoccupano minimamente che tanti ragazzi possano essere picchiati o indotti al suicidio, non è quella la loro priorità.
Sappiamo bene, purtroppo, che le discussioni parlamentari somigliano sempre più a un poco edificante teatrino di manovre politiche, dettate da squallidi interessi di parte, in cui i diritti ed i sentimenti di persone vere passano in secondo piano. La speranza è che le parole pronunciate dal Presidente Mattarella possano smuovere tale situazione di stallo.

lunedì 15 maggio 2017

Se la diffamazione corre sul web

La storia di Alfredo Mascheroni fa davvero rabbia per tanti motivi. Qualcuno arriva di punto in bianco e, per uno stupido scherzo, per idiozia, per cattiveria, decide di infangare la reputazione di questo ragazzo diffondendo una falsa notizia e dicendo in giro (mediante la condivisione di una sua foto su Facebook e su Whatsapp) che si tratta di un pedofilo. La gente, come spesso accade, non si pone troppi interrogativi, abbocca e continua a condividere la foto di Alfredo, contribuendo a diffondere questa diffamazione.
Quindi, il gesto perfido ed estremamente stupido di un singolo si diffonde senza misura attraverso la rete che ne amplifica la portata passando attraverso tutti coloro che, come spesso accade, senza alcuna prova e senza riflettere neanche un attimo, tendono a farsi giustizia da soli, a ergersi a giudice, giuria e boia, insultando il povero Alfredo, lanciando parole come fossero sassi e continuando a diffondere tale falsità.
Alfredo gestisce un bar che, come si può vedere dalla foto, in queste ore è stato colpito dai vandali che ancora continuano a spargere infami bugie. Purtroppo dallo spazio virtuale i problemi si sono spostati alla realtà materiale.


In tali occasioni, si è portati a inveire contro Internet e i social, demonizzandoli e considerandoli causa di ogni male. Tuttavia, occorre riflettere sul fatto che si tratta soltanto di strumenti che, se ottimamente impiegati, possono essere estremamente utili, agevolando la nostra vita, favorendo la diffusione di nozioni e testi culturali, consentendoci di girare per il mondo senza muoverci dalla nostra stanza.
Chiaramente, dietro tale realtà virtuale possono esserci persone profondamente cattive, stupide o ignoranti, che sono comunque le stesse che agiscono nella vita reale, fanno del male agli altri, diffondono fandonie, insultano o adescano soggetti deboli e facilmente influenzabili.
Se ci pensiamo, la diffamazione via social non è molto diversa dalle false voci o dai pettegolezzi che venivano diffusi di bocca in bocca, specialmente nei piccoli paesi, anche prima dell'avvento di Internet. Forse, la differenza sta nella rapidità con cui si raggiunge l'obiettivo, ma il loro effetto finale è identico: distruggere l'immagine e la reputazione di una persona impedendogli di vivere serenamente. In sintesi, non sono gli strumenti a creare i problemi, ma le persone che compiono il male nella realtà, sia essa materiale o virtuale.
Tramite la polizia e il blogger David Puente, Alfredo sta cercando di risolvere l'assurda situazione in cui si è trovato. E la speranza è che si arrivi presto a una soluzione.

domenica 14 maggio 2017

Aforismi – L'invasione dei social media

"I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli" (Umberto Eco)

Umberto Eco, il famoso scrittore e semiologo scomparso da pochi mesi, non era certamente una persona che le mandava a dire. Il suo pensiero sui social media è, per certi aspetti, condivisibile, anche se non va interpretato come "un'arrogante manifestazione di cultura elitaria", come qualcuno ha detto.
In proposito, io sono convinto che ognuno di noi abbia il diritto di esprimere la propria opinione, purché ciò avvenga con cognizione di causa, ovvero parlando di argomenti noti, sui quali vi sia qualcosa di sensato da dire e, soprattutto, con toni educati e pacati. E non vi è nulla di male se i social media ci consentono di diffondere tale opinione con immediatezza e rapidità.
I social possono essere molto utili anche per favorire la diffusione di informazioni su argomenti di attualità e cultura. Infatti, molte testate giornalistiche hanno una propria pagina Facebook che consente di condividere i principali articoli del giorno. Numerose sono, poi, le pagine dedicate ad argomenti di filosofia, letteratura, scienza.
Io stesso ho creato su Facebook un gruppo per condividere con gli amici recensioni di libri, citazioni, articoli di letteratura, in una sorta di "biblioteca virtuale".
La rete offre una marea di informazioni, per cui ciò che conta è sapersi orientare, individuare fonti attendibili e scegliere ciò che più si adatta alla nostra personalità, senza per questo rinunciare ai libri di carta, ma magari trovando spunti per leggerne di nuovi.


Poi, però, arrivano gli imbecilli di cui parla Eco, che possono tranquillamente essere suddivisi in varie categorie. Anzitutto, ci sono i troll, che non sono solo gli abitanti demoniaci dei boschi della tradizione scandinava, ma anche utenti spesso anonimi che si inseriscono nell'ambito di discussioni on line con messaggi provocatori e fuori contesto, al solo scopo di creare irritazione.
Quindi, ritroviamo i "leoni da tastiera", generalmente non anonimi, che esprimono la propria opinione in maniera offensiva, riempiendo di insulti chiunque non incontri il loro gradimento. Leoni che, tuttavia, nella vita reale sono solo pecorelle. Infine, vi sono i fake e tutti coloro che amano diffondere bufale e false notizie, magari dietro profili taroccati.
La realtà virtuale è talmente vasta che non è possibile tenerla sotto controllo, per cui è quasi impossibile non imbattersi in informazioni poco attendibili o in utenti truffaldini. Ed Umberto Eco aveva proprio questo in mente quando pronunciò quella frase.
Sappiamo, però, che i pericoli del Web vanno ben oltre una notizia taroccata. Spesso alcuni utenti vi si affacciano ingenuamente confidando nella buona fede altrui e si ritrovano invischiati in situazioni sgradevoli e umilianti. La storia di Tiziana Cantone dovrebbe insegnare qualcosa.
Non si tratta solo di video diffusi a propria insaputa. I malfattori di Internet cercano di soggiogare i soggetti un po' più deboli, inducendoli in una condizione di sudditanza psicologica. Mi capita spesso, girando per la Community, di leggere di persone che si sono ritrovate in balia di personaggi infami che li hanno costretti in una specie di "schiavitù virtuale", che può essere molto pericolosa, specialmente se l'obiettivo è estorcere denaro o prestazioni sessuali.
Allora, occorre fare attenzione alle notizie poco attendibili, ma anche ai soggetti poco affidabili.



(Inizialmente pubblicato su Libero Blog in data 9 ottobre 2016)

Finalmente giustizia per Sara.

È trascorso quasi un anno dal brutale assassinio di Sara di Pietrantonio, quel terribile episodio che ha profondamente scosso l'opinione pubblica. Sara si era innamorata, aveva provato brividi e sentimenti tipici di una storia appena sbocciata. Poi, però, le cose erano andate diversamente. Lei aveva capito che i sentimenti possono finire e le storie avere un termine, ma il suo ex fidanzato Vincenzo non aveva alcuna intenzione di farsene una ragione. Pensava che lei fosse di sua proprietà e che nessuno avrebbe mai potuto prendere il suo posto o avvicinarla. E così, una terribile sera di giugno, Sara è stata uccisa e il suo corpo è stato dato alle fiamme. Una morte crudele procurata da un essere privo di coscienza.
Della morte di Sara avevo parlato l'anno scorso, soffermandomi sull'indifferenza di coloro che quella sera non si erano fermati ad aiutarla e sui problemi di una società che spesso non riesce a provare empatia per il prossimo. Tuttavia, adesso il tema è un altro.
L'assassino di Sara è stato condannato all'ergastolo e, salvo successivi sconti, pagherà la giusta pena per ciò che ha commesso. Molte persone, a tale annuncio, hanno reclamato l'introduzione della pena di morte per un reato del genere, ma io non sono assolutamente d'accordo. E non lo dico semplicemente per un motivo religioso, pur essendo convinto che nessuno abbia il diritto di provocare la morte di un altro, qualunque cosa abbia fatto, salvo rari casi. Sono contrario alla pena di morte perché credo che la detenzione in carcere debba servire al condannato a ripensare spesso a ciò che ha commesso, al dolore che ha provocato ai familiari della propria vittima, alla crudeltà con cui ha annientato una vita.


Sono pienamente d'accordo, poi, con coloro che affermano che il carcere non debba in generale avere una funzione meramente punitiva, quasi fosse una vendetta o una rivalsa della società nei confronti del condannato, considerato che, come recita l'articolo 27 della nostra Costituzione, le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Una rieducazione necessaria ai fini della futura reintroduzione dei carcerati nella società.
Mi chiedo, comunque, se il carcere potrà riuscire davvero a svolgere questa funzione rieducativa nei confronti di Vincenzo. Di fronte a un ragazzo che ha agito con tanta crudeltà e che non ha mostrato alcun segno di pentimento, mi riesce davvero difficile pensare ad un suo futuro reinserimento nella società. Di certo, dovrà ripensare al male compiuto, anche se questo non consentirà ai genitori di Sara di riavere indietro la loro ragazza.

Qui sotto l'estratto del precedente post inizialmente pubblicato nel blog "Un faro nella nebbia" e sopra citato

La vera indifferenza (pubblicato in data 8 giugno 2016)

In questi giorni, il terribile omicidio di Sara ha notevolmente scosso l'opinione pubblica che ormai si esprime quasi principalmente attraverso i social. La mia impressione, condivisa anche da altri utenti, è che le principali invettive questa volta siano state indirizzate, almeno in una prima fase, alle auto che quella maledetta sera sfrecciavano veloci, indifferenti alle richieste di aiuto della ragazza.
Io mi auguro, invece, che non si dimentichi mai, anche se sono trascorsi alcuni giorni e la coscienza popolare sembra essersi tranquillizzata, che la povera Sara è stata l'ennesima vittima di quella terrificante "cultura" della violenza e del maschilismo di coloro che credono di poter disporre degli altri come fossero oggetti.
Addossare gran parte della responsabilità ai passanti, che non si sono fermati per paura o incapacità di realizzare cosa stesse realmente accadendo, significa distogliere l'attenzione dal vero problema della inarrestabile violenza contro le donne e, più in generale, contro tutti coloro che non sono in grado di difendersi. Persone come Sara andrebbero aiutate prima di ritrovarsi sul ciglio di una strada a fuggire da un maniaco incendiario o in preda ad un compagno folle che fa bere loro soda caustica per farle abortire, come accaduto in provincia di Bologna.


Io credo, poi, che la vera indifferenza più che tra quei passanti, debba essere ricercata altrove, assieme ai motivi da cui questa indifferenza trae origine.
Non condivido l'affermazione secondo cui è la società che ci ha resi ciechi e indifferenti, perché si tratta di una banalità sconcertante: siamo noi a creare la nostra società e possiamo migliorarla grazie al contributo collettivo, considerato che le istituzioni sociali non sono una mera entità esterna che ci viene imposta dall'alto. Affermare che la colpa è tutta della società significa semplicemente tentare di lavarsi la coscienza.
La vera indifferenza sta nella incapacità di ciascuno di noi di capire se le persone che ci sono vicine ogni giorno hanno realmente bisogno di aiuto. Questo non vuol dire necessariamente dar loro un po' di denaro, perché a volte è sufficiente una parola di sostegno o di conforto. Non significa nemmeno diventare eroi - come diceva Manzoni, se uno il coraggio non ce l'ha non se lo può dare – anche se certamente acquisire quella consapevolezza che ci porta a chiamare le forze dell'ordine ogni volta che avvistiamo una situazione di pericolo potrebbe essere già un bel traguardo.
Quando il Papa ha parlato di indifferenza, molti si sono concentrati su alcune sue parole, ritenendo che stesse invitando i fedeli a non amare gli animali, mentre il suo vero obiettivo era far comprendere che spesso siamo talmente presi dalle nostre vite che ci dimentichiamo di chi ci sta vicino.
Un episodio di alcune settimane fa, cui i notiziari hanno dato solo un breve cenno, è un esempio drammatico della vera indifferenza. Un uomo è stato ritrovato in casa morto da almeno cinque anni. Nel frattempo, nessuno si era accorto di nulla, né si era chiesto cosa fosse accaduto a quell'uomo che non si faceva vedere da anni. I vicini non hanno mai pensato di andare a bussare a quella porta per chiedere se ci fosse bisogno di aiuto. Una perdita d'acqua e il successivo intervento dei vigili del fuoco hanno rivelato quella situazione di estrema solitudine e abbandono.
Credo che questo non sia un caso isolato, chissà quanti episodi simili, seppure non così estremi, si verificano quotidianamente. Ma difficilmente potremmo saperlo con certezza, perché questi episodi generalmente non fanno notizia, se non poche righe nei giornali locali, e non finiscono in pasto agli pseudo moralisti da salotto che dalle loro comode posizioni non fanno altro che condannare la società senza poi compiere alcuna azione concreta per cambiarla.
Questa frase di Einstein dice più di tanti discorsi.



sabato 13 maggio 2017

Ospitalità e intolleranze quotidiane

Le recenti parole pronunciate da Debora Serracchiani sono ormai abbastanza note. Praticamente, a suo avviso, uno stupro è sempre un atto odioso, ma se commesso da un rifugiato, è moralmente e socialmente più inaccettabile.
Io credo che queste parole, più che razziste, debbano considerarsi inopportune. Si tratterebbe, infatti, di un ragionamento basato su una certa filosofia secondo cui il sentire comune avvertirebbe come particolarmente fastidiosa l'ingratitudine di un ospite. E, a mio avviso, questo ragionamento è connotato da una certa ipocrisia.
Se, per un atto spontaneo di generosità o in forza di eventi contingenti, dovessi decidere di ospitare un forestiero nella mia casa, sarei ben consapevole di non potermi davvero fidare a occhi chiusi di lui, non avendolo mai visto prima, a meno che io non sia completamente ingenuo o fuori dal mondo. In tal caso, cercherei di stare attento, adotterei le mie precauzioni e, qualora il mio ospite dovesse rivelarsi davvero un delinquente e dovesse, comunque, commettere un reato a mio danno, lo denuncerei in modo che paghi per il male commesso. Di certo, non cadrei dalle nuvole urlandogli scandalizzato "che ingrato!", considerato che, nel momento in cui ho deciso di dargli ospitalità, ero consapevole del rischio che potevo correre. Oltretutto, saprei bene che un criminale non ha certamente a cuore il valore della gratitudine.
Allo stesso modo, uno Stato che apre i propri confini e fa entrare persone provenienti da Paesi in guerra, disperati che fuggono dalla povertà oppure immigrati in cerca di lavoro, dovrebbe sapere bene che non tutti sono brave persone, che tra di loro vi saranno alcuni delinquenti come accade in tutte le popolazioni. Il rischio esiste, per cui quando un rifugiato o un immigrato commette un crimine, è abbastanza ipocrita e inutile parlare di "rottura di un patto di accoglienza" o di violazione di valori, considerato che, come ho detto prima, nessun criminale, italiano o straniero, ha davvero desiderio di rispettare quei valori. L'ipocrisia è ancora più evidente se si pensa che chi fugge spesso lo fa perché nel suo Paese c'è una guerra che le stesse forze occidentali hanno contribuito a fomentare. E di certo l'Italia non è esente da colpe.


Certamente, lo stupro è sempre un crimine odioso e, dovendo operare una differenziazione, io direi che è moralmente e socialmente più inaccettabile (e in alcuni casi penalmente più grave) una violenza perpetrata da chi ha la piena fiducia della vittima (un parente, un amico, un insegnante, un prete), a prescindere dalla sua nazionalità.
In ogni caso, si deve pretendere da tutti, in maniera indistinta, il rispetto delle regole giuridiche e morali, per cui non è accettabile l'affermazione secondo cui "ho accolto il rifugiato, mi aspetto quindi da lui il massimo rispetto delle regole", perché potrebbe lasciare intendere che non si pretende lo stesso rispetto delle regole dagli altri, dando adito alla becera mentalità secondo cui, se stupra l'immigrato deve essere linciato, se stupra l'italiano figlio di buona famiglia, è solo una ragazzata.
Le frasi della Serracchiani sono inopportune anche perché, se un politico lancia un proclama "lo stupro è più grave se lo commette un rifugiato", finisce per assecondare i pregiudizi di tutti coloro che cercano di utilizzare gli immigrati come capro espiatorio per ogni problema al fine di ottenere consenso, che pensano che siano gli unici a delinquere o che vengano in Italia per rubarci il lavoro.
Infatti, se l'immigrato che sta nel mio quartiere cerca di integrarsi pulendo le strade, mentre la giunta comunale latita, allora tutti si precipitano a dire che c'è un racket dietro; se un immigrato ha un lavoro e un reddito, allora secondo qualche quotidiano, certamente troverà il trucchetto per pagare un centinaio di euro di tasse in meno. Tutto questo, mentre diversi italiani evadono per miliardi ed esportano capitali all'estero.
Nessuno nega che esista un problema di gestione dei flussi immigratori, ma i problemi di certo non si risolvono con i proclami inutili e dannosi che fomentano i pregiudizi e agevolano i procacciatori di voti.



Qui sotto l'estratto di un precedente post: chiaramente le riflessioni sono molto simili

La terra è un solo paese, siamo onde dello stesso mare (pubblicato in data 12 giugno 2016)

Pochi giorni fa un mio amico ha pubblicato su Facebook questa foto scattata nel Parco Sigurtà, antico giardino nei pressi di Peschiera del Garda, le cui origini risalgono al 1400.
La foto ritrae una targa con un chiaro messaggio di fratellanza "La terra è un solo paese, siamo onde dello stesso mare, foglie dello stesso albero, fiori dello stesso giardino".


Dovrebbe essere davvero così, la terra dovrebbe essere un unico paese senza rigidi confini in cui vivere in pace, ma sappiamo bene che la Storia è costellata di guerre fratricide, lotte per la conquista del potere, genocidi, discriminazioni razziali. E si può certamente affermare che gli insegnamenti che la Storia ci ha tramandato non sempre sono stati ben assimilati, considerato il dilagare di nostalgici nazionalisti che mirano a minacciare l'integrazione europea faticosamente raggiunta.
Oggi la situazione dei migranti che fuggono dalla povertà e, soprattutto, dalla guerra non può lasciarci indifferenti. È abbastanza chiaro e pacifico che il problema non sia di facile soluzione e che non possa essere affrontato solo dall'Italia. Ma costruire muri, fatti soprattutto di odio, non è degno di un genere che ha ancora la pretesa di definirsi umano.
Ci sono tanti pregiudizi nei confronti degli stranieri che arrivano in Italia, pregiudizi che dovremmo incominciare a mettere da parte. Anzitutto, non tutti gli immigrati vengono qui per delinquere, come è solito pensare chi "fa di tutta un'erba un fascio". Ci sono sicuramente soggetti pericolosi o malintenzionati, ma questi individui si trovano in tutte le popolazioni, inclusa quella italiana, e spesso occupano posizioni al di là di ogni sospetto. Certamente, se iniziassimo a mandar via o a punire seriamente tutti coloro che compiono atti illeciti (stranieri e non), il Parlamento italiano rimarrebbe semivuoto.
Si dice sempre, poi, che gli stranieri vengono qui a rubarci il lavoro. In realtà, mi viene da pensare che quasi sempre finiscono per fare quei lavori che gli Italiani si rifiutano ormai di svolgere o per i quali non sono sempre all'altezza. Ricordo che tempo fa l'impresa che ha realizzato alcuni lavori a casa nostra mandò un muratore rumeno che svolse il suo operato in maniera precisa, ineccepibile, sicuramente meglio di ciò che avrebbero potuto fare i colleghi nostrani. In ogni caso, gli immigrati finiscono spesso per diventare preda degli sfruttatori e vengono utilizzati per lavori di fatica con paghe miserevoli, per non parlar di altro. Basta guardare la situazione di Rosarno.
Infine, una frase che si sente spesso pronunciare negli ultimi tempi è "aiutiamoli a casa loro". In proposito, Giuseppe Civati ha pubblicato di recente sulla sua pagina Facebook questo grafico (tratto dalla Stampa), in cui risulta abbastanza chiaro che, pur in presenza di una legge del 1990 sul controllo delle armi, che ne vieta l’esportazione in Paesi in cui è in corso un conflitto armato, ancora oggi l’Italia vende pistole e fucili in numerosi Paesi. Questa tendenza è aumentata dal 2009, per cui l’Italia ha venduto armi soprattutto in Medio Oriente e nel Nordafrica, regioni tra le più turbolente, mentre le autorizzazioni del Parlamento sono aumentate. Come giustamente sottolineato da Civati, "per la serie: «aiutiamoli a casa loro». Con le bombe. Intanto manca completamente la trasparenza, la serietà, la politica. Poi dopo ci si sorprende delle migrazioni forzate, delle tragedie umanitarie, dei campi profughi, della tensione che non si abbassa mai".
Se è vero che dal 2009 questa tendenza è aumentata con il beneplacito del Parlamento, occorrerebbe ricordare a Salvini, che continua a diffondere messaggi razzisti e xenofobi, che il suo partito faceva parte della maggioranza di Governo in quegli anni. Le morti dei profughi in mare dovrebbero cominciare a pesare sulle coscienze di chi ha favorito questo commercio.

venerdì 12 maggio 2017

Presunti flop e numeri a caso per le unioni civili

È in vigore da circa un anno una legge che disciplina le unioni civili, approvata in Italia dopo un'attesa di tanti anni, con grave ritardo rispetto ad altri Paesi considerati civili, in un contesto di pressioni, ingerenze esterne e compromessi. La legge presenta parecchi limiti e talune discriminazioni, ma alla fine è stata emanata e garantisce determinati diritti.
Ci sono, dunque, tutte quelle persone che hanno atteso a lungo che quella legge fosse approvata. Alcuni di loro hanno deciso di usufruire subito di quei diritti faticosamente (e parzialmente) acquisiti. Altri magari decideranno di aspettare ancora. E, considerato che il diritto implica anche libertà, c'è chi deciderà di non usufruirne affatto.
Ma il diritto esiste, è concreto e attuale e tutti devono avere la possibilità di goderne o meno. Non è certo un fondo che viene stanziato nel bilancio dello Stato e deve essere utilizzato subito altrimenti va "in economia".
Si tratta di ragionamenti forse scontati, ma, a quanto pare, non chiari a tutti. A iniziare dal quotidiano "La Repubblica" che, evidentemente a caccia di nuovi lettori, pochi giorni fa ha deciso di fare i conti della serva, indicando quante coppie hanno deciso di unirsi civilmente in un anno, per far uscire poi un articolo con un titolo abbastanza imbarazzante "Flop delle unioni civili". In pratica, numeri che presi in assoluto non indicano nulla sono serviti per stabilire arbitrariamente che le unioni civili sono state un flop, neanche stessimo parlando di offerte al supermercato.
I diritti vengono, quindi, ridotti a mere cifre da offrire in pasto a soggetti come Adinolfi o Salvini che, con la bava alla bocca, si staranno fregando le mani e non vedranno l'ora di strumentalizzare questa notizia per la loro campagna denigratoria e distruttiva. Bisogna ricordare sempre che il leader leghista, qualora al Governo, non si farà molti scrupoli ad abrogare tale legge, convinto che i diritti garantiti a qualcuno possano danneggiare altri.
È vero che la libertà di stampa è un diritto costituzionale, ma a volte usare il cervello quando si scrive non sarebbe male.

giovedì 27 aprile 2017

Dio salvi la democrazia

Gabriele Del Grande, il giornalista toscano trattenuto in Turchia per 14 giorni, arrestato senza che gli venisse contestato alcun reato, è stato liberato il 24 aprile scorso. Si tratta ovviamente di una bellissima notizia che ci fa tirare un sospiro di sollievo, considerato che le sorti di certi nostri italiani all'estero non sono sempre state benevole. Ma, come ci ricorda lo stesso Gabriele, è una notizia che non può farci dimenticare che nelle prigioni turche sono ancora detenuti illegalmente tanti altri giornalisti (174 per la precisione).
Questo ci fa riflettere molto sulla scarsa libertà di espressione e sul mancato rispetto dei fondamentali diritti civili in Turchia, un Paese la cui maggioranza di cittadini, nel frattempo, in un contesto di dubbia regolarità delle procedure di voto, ha espresso il proprio assenso a una riforma costituzionale. Riforma ovviamente voluta dal Presidente Erdogan, che accentra il potere nelle sue mani e gli attribuisce la possibilità di essere eletto per altri due mandati, riducendo notevolmente le prerogative del Parlamento. Di fatto, si legittima una dittatura ormai esistente da tempo. D'altronde, come non dimenticare il tentativo di colpo di Stato di questa estate che Erdogan ha sventato e punito a colpi di epurazioni?


La democrazia è un grande valore che spesso viene dato per scontato, in Italia specialmente. Mi viene in mente il referendum costituzionale di dicembre scorso, il presunto obiettivo di realizzare un assetto di governo più stabile, una riforma che prometteva grandi cambiamenti, ma che alla fine si traduceva in un tentativo di depotenziare notevolmente il diritto di voto dei cittadini e gli equilibri democratici. Fortunatamente, di questo rischio, che sarebbe stato ancor più evidente con certi possibili futuri governi, la maggioranza degli elettori si è resa conto in tempo.
La democrazia, purtroppo, non si può mai considerare completamente al riparo da attacchi esterni. Il tentato "assalto" di Marine Le Pen all'Eliseo, i rigurgiti fascisti (e leghisti) in Italia, il risvegliarsi dei sopiti nazionalismi nel resto di Europa, sono tutti elementi che, seppure messi in campo con le regole democratiche, lanciano avvisaglie di pericolo per il futuro.
Il populismo, da sempre, mira a sollevare l'indignazione popolare contro i cosiddetti poteri forti; un'indignazione che ha origine certamente nei bisogni effettivi dei cittadini, ma che induce questi ultimi a divenire, senza rendersene davvero conto, uno strumento nelle mani di personaggi con mire autoritarie. E gli errori continuano a ripetersi.
All'indomani delle celebrazioni per l'anniversario della Liberazione, c'è chi ha ancora il coraggio di chiedersi perché mai dovremmo festeggiare e ricordare questo evento, come se le attuali istituzioni democratiche fossero nate dal nulla.
Nel frattempo, proliferano pagine social dedicate alla memoria di Mussolini da parte dei nostalgici del Ventennio, che probabilmente non sanno nemmeno che cosa sia una guerra. A questi soggetti, (cui parlare di milioni di morti non fa evidentemente alcun effetto), consiglierei un giro di ricognizione nei peggiori regimi dittatoriali: magari diventerebbero meno nostalgici.
Per concludere, come diceva Sandro Pertini, "è meglio la peggiore delle democrazie della migliore di tutte le dittature".

lunedì 24 aprile 2017

Freddure post pasquali

Ricomincio a scrivere sul mio blog dopo qualche giorno di pausa pre e post pasquale. Quest'anno le ferie pasquali sono state un po' più corte, ma fortunatamente sono trascorse abbastanza serenamente, di sicuro in un clima familiare molto più tranquillo rispetto ai mesi precedenti e, soprattutto, rispetto al Natale.
Comunque, per certi aspetti, non è proprio una gran sfortuna che le festività pasquali non durino troppo. Considerate le varie maratone gastronomiche, durante queste feste si finisce per esagerare e, poi, una volta tornati a casa, ecco la bilancia che ci aspetta per presentare il conto, dando il suo inesorabile verdetto.
La settimana dopo Pasqua si è distinta per un improvviso ritorno del freddo, con temperature decisamente più basse rispetto alla media stagionale e pioggia mista a neve in diverse zone.


Un freddo di cui stupirsi? Spesso, mi viene da pensare che Aprile si dovrebbe considerare ancor più folle di Marzo. Di sicuro non è la prima volta che il periodo pasquale si caratterizza per il maltempo, anzi a volte sembra quasi una maledizione.
Alcuni miei ricordi di infanzia sono certamente legati alla visita di Papa Giovanni Paolo II in Basilicata, visita che avrebbe dovuto tenersi intorno alla metà di aprile del 1991. Ebbene, in quei giorni venne giù talmente tanta neve da impedire l'arrivo del Santo Pontefice, la cui visita venne spostata di una settimana. Nevicate simili non ne avevamo avute per diversi anni, nemmeno a Natale.
Per tornare, invece, a un periodo più recente, ricordo che due anni fa, subito dopo Pasqua, verso la prima settimana di Aprile, mentre mi trovavo a Potenza, decisi di uscire con una mia amica. Considerata la splendida giornata, ci incamminammo verso una meta piuttosto lontana. Poi, però, ci ritrovammo, quasi improvvisamente, avvolti da una tempesta di neve e a mala pena riuscimmo a tornare a casa. Se non è folle un tempo del genere!
In questi giorni, sto leggendo sui social parecchie battute ironiche sul cambio di stagione ormai avvenuto, con alcune persone costrette a rimettere il piumone o altre che, invece, non si rassegnano e decidono di andare lo stesso in giro con vestiti leggeri pur morendo di freddo. Per fortuna, è stata una bella domenica, magari il freddo è ormai passato.

mercoledì 12 aprile 2017

Aforismi - Pasqua, festa di luce

"Pasqua era giunta, la festa della luce e della liberazione per tutta la natura! L'inverno aveva dato il suo addio, ravvolto in un fosco velo di nebbie, e sopra le turgide nuvole in corsa s'avvicinava ora la primavera. Aveva spedito innanzi i suoi messaggeri di tempesta per destare la terra dal lungo sonno, ed essi fremevano su boschi e piani, battevan le ali sulle cime possenti dell'alpe e sconvolgevano il mare dal profondo. Era nell'aria come un lottare e un muggire selvaggio, e ne usciva tuttavia quasi un grido di vittoria: ché tra le burrasche di primavera, frementi di vita, s'annunciava la resurrezione" (Elisabeth Bürstenbinder)

Si tratta dell'incipit di "San Michele", un romanzo di Elisabeth Bürstenbinder, nota anche come Elisabeth Werner, scrittrice tedesca dell'Ottocento (scoperta per caso navigando sul web). Il romanzo è ormai introvabile in libreria, in quanto fuori catalogo, anche se, a dire il vero, la trama (la storia di un giovane aristocratico dedito a una vita selvaggia fino a quando non vi è il provvidenziale intervento di un professore, suo grande protettore) non mi attrae moltissimo. Tuttavia, questa descrizione iniziale è interessante e, in certo senso, coinvolgente, con la Pasqua definita come festa di luce, che succede all'inverno, denso di oscurità, con l'annuncio della Resurrezione tra burrasche di primavera che fremono di vita. La Pasqua come volontà di liberarsi della nebbia per ritornare a vivere.


Passando dalla narrativa all'arte, di quadri che abbiano per oggetto temi pasquali ve ne sono a bizzeffe, ma uno in particolare mi ha colpito, la "Resurrezione" del grandissimo pittore Andrea Mantegna, dipinto del 1457 – 1459, conservato nel Musée des Beaux-Arts di Tours. La scena ha come sfondo la grotta dove venne sepolto Gesù, con alla base il sarcofago aperto. Al centro si eleva la figura di Gesù risorto, all'interno di una cornice luminosa di cherubini. In basso e ai lati i soldati, appena svegli e spaventati dall'evento miracoloso. Il dipinto dimostra la volontà di Mantegna di ricreare con precisione l'ambientazione nel mondo classico.


E con questo auguro a tutti voi una serena Pasqua, festa di luce e di ritorno alla vita!

Le torture in Cecenia e la Storia che si ripete

Spesso mi sono chiesto che cosa spinga tante persone ad assumere atteggiamenti discriminatori e intolleranti verso coloro che sono ritenuti "diversi". Tante le risposte che mi sono venute in mente e che si adattano a varie tipologie di persone: ignoranza, ottusità, pregiudizi derivanti da condizionamenti religiosi. E tutto questo è accompagnato in diversi casi, più che dalla semplice "paura del diverso", da una ferrea convinzione di trovarsi in una posizione di superiorità nei confronti di coloro che non rispondono a presunti canoni di perfezione, una posizione da difendere a tutti i costi contro ogni attacco esterno, contro ogni possibile contaminazione. A quel punto discriminazione e intolleranza finiscono per sfociare nell'annientamento della dignità umana.
Nel corso della Storia abbiamo avuto diversi esempi di persone convinte di tale superiorità. Nel tentativo di difendere la purezza della propria razza, non hanno esitato ad annientare chiunque venisse bollato come diverso: ebrei, zingari, omosessuali. E la Storia sembra tristemente ripetersi.
In Cecenia sono in corso da diverso tempo numerosi arresti, che hanno coinvolto centinaia di persone la cui colpa è quella di avere un orientamento sessuale non tradizionale e che, dunque, non si adattano al canone di riferimento di cui sopra.


Il portavoce del leader ceceno, Ramzan Kadyrov, smentisce tali notizie, che parlano di torture e violenze ai danni delle persone arrestate. Questo tentativo di smentita (contraddetto dalle numerose testimonianze) per assurdo, fa quasi più paura della notizia in sé, tanto è sconvolgente la naturalezza con cui il Presidente Kadyrov svela la condizione degli omosessuali in Cecenia e la diffusa omofobia: gli omosessuali in pratica non esistono in tale Paese, perché se ci fossero, i loro parenti li manderebbero via in luoghi da cui non si può far ritorno. In altre parole, devono nascondersi continuamente, perché altrimenti verrebbero esiliati oppure arrestati e torturati, come sta accadendo in questi giorni.
Può forse stupirci una situazione del genere? Il leader ceceno è noto per il suo governo dittatoriale, per la violazione dei più elementari diritti civili, per il suo esercito privato che continua a commettere assassinii, stupri, rapimenti e torture. Ha, ovviamente, l'appoggio di Putin, famoso per la sua campagna omofoba e per la legge volta a vietare qualsiasi propaganda in favore dei diritti degli omosessuali.
Organizzazioni come Amnesty International, nel frattempo, si stanno muovendo tramite appelli, nella speranza che questo ennesimo brutale attacco ai diritti umani possa essere fermato.
Intanto, in Italia c'è chi continua a sostenere Putin, considerato come un potente e lungimirante leader, e magari starà affermando in queste ore che tutto ciò che sta accadendo in Cecenia è una bufala. Perché spesso anche l'evidenza viene negata.
Proprio ieri, ricorreva l'anniversario della morte dello scrittore Primo Levi che affermava "Perché la memoria del male non riesce a cambiare l'umanità? A che serve la memoria?". Parole che dovrebbero farci riflettere.



martedì 11 aprile 2017

Un mondo sotto scacco

In poche settimane, tre sanguinosi attacchi terroristici cui abbiamo assistito impotenti: Londra, San Pietroburgo, Stoccolma, che si vanno ad aggiungere a Istanbul, Berlino, Nizza e tante altre. L'altro ieri, eravamo tutti sinceramente speranzosi di avere un po' di pace, ma la Domenica delle Palme è stata lo stesso insanguinata dalla strage avvenuta nelle due chiese copte in Egitto. Tutto ciò, accompagnato da quanto sta avvenendo in Siria.
Questo catastrofico quadro non può non indurci a pensare che l'intera umanità sia ormai sotto scacco, preda di una diffusa fanatica follia. I folli fanatici sono certamente quei terroristi che, in nome dei loro presunti ideali religiosi e di una ventilata salvezza eterna, sembrano a tutti i costi voler annientare l'infedele Occidente, in quello che ormai è stato definito un "terrorismo improvvisato", non più basato su progetti definiti, ma affidato al caso, all'insano gesto del singolo.
Eppure, i folli non sono solo loro. Ammetto di provare una certa invidia nei confronti di coloro che hanno ben chiare in mente le strategie internazionali e i retroscena politici, anche meglio dei servizi segreti. Io percepisco soltanto questo: che i diritti umani vengono continuamente calpestati, come l'erba in una lotta tra elefanti (parafrasando un proverbio africano), dagli spregiudicati interessi politici ed economici, che non hanno alcun riguardo per le emergenze umanitarie.


Il più folle di tutti, a prescindere da qualunque strategia sia celata dietro i suoi gesti, se ne sta seduto nel suo resort americano, mentre impassibile osserva i suoi missili partire, diretti verso i loro obiettivi, pronti a colpire e sterminare il nemico. Anche se ciò potrebbe significare distruggere ospedali, uccidere civili, seminare altre vittime.
Nel frattempo in Italia, ci scanniamo l'uno con l'altro sui social rimproverandoci di aver esposto la bandiera di un Paese invece che di un altro. Mentre certi nostri politici continuano a dare il peggio di sè. Come acutamente sottolineato da Michele Serra, lo sciacallo (non voglio nemmeno nominarlo) si starà chiedendo con chi potrà farsi i selfie per non offendere nessuno dei due attuali litiganti, a capo delle principali potenze mondiali. Salvo, poi, risvegliarsi dal suo sogno trumpiano e commentare la scelta di attaccare la Siria come inopportuna perché poi "verranno tutti da noi" .
Certamente, tale soggetto non viene sfiorato minimamente dalla preoccupazione che tante persone in quei luoghi possano rischiare di essere uccisi. Anche perché secondo lui, insieme ad altri giornalisti e blogger, la faccenda dei gas chimici è tutta una bufala. Ecco, di fronte a queste esternazioni non posso che condividere quanto affermato dal titolare di un famoso sito antibufale "butac.it": "qualsiasi sia la vostra fede politica al momento l’unica cosa sensata è avere rispetto per chi è morto nell’ennesima guerra che fa vittime quasi ed esclusivamente tra i civili. Magari fermarsi un minuto, riflettere ed evitare di commentare con la schiuma alla bocca".
Ovviamente, è vero che la democrazia non si esporta con le armi e che le guerre passate dovrebbero avercelo dimostrato, ma è alquanto singolare che queste parole vengano pronunciate anche dal capo di un partito che faceva parte della maggioranza di governo negli anni (soprattutto dal 2009) in cui è aumentata, con il beneplacito del Parlamento, la vendita di armi nei Paesi con conflitti armati in corso, soprattutto in Medio Oriente e nel Nordafrica. Purtroppo, la capacità di riflettere prima di parlare è una dote di non ampissima diffusione.


domenica 9 aprile 2017

La corrida: tradizioni secolari e fanatismi

Credo di esprimere un sentimento abbastanza diffuso (non solo tra gli animalisti), affermando che la corrida, che mette contro toreri e tori per puro divertimento, è uno spettacolo esecrabile, crudele, di cattivo gusto.
Certamente, si tratta di una tradizione secolare, accompagnata da rievocazioni poetiche e letterarie (mi viene in mente Hemingway), ma ciò non implica che una crudeltà efferata debba continuare a esistere.
Leggo che il toro è un animale mansueto per natura, ma che in occasione della corrida viene rinchiuso per ore e poi, una volta liberato per il combattimento, si ritrova disorientato in mezzo alla confusione. E viene, quindi, torturato e ucciso per il macabro divertimento del pubblico che assiste e decide alla fine delle sorti dell'animale.
Tuttavia, in alcuni casi la sorte si capovolge, il toro reagisce e il torero finisce per avere la peggio; come accaduto pochi giorni fa, in cui un giovane torero è stato colpito alla gola dal toro e ridotto in fin di vita.


In tali occasioni, che si stanno ripetendo abbastanza frequentemente, io non condivido, in ogni caso, il comportamento di chi alla notizia gioisce, esulta, festeggia e dice "per una volta ha vinto il toro". In questa manifestazione, a mio avviso, non ci sono mai vincitori. Tori e toreri sono strumenti all'interno di un bieco sistema in cui prevalgono interessi di tipo economico, politico e turistico.
A chi dice che il torero se l'è cercata, che nella sua vita poteva fare altro e dedicarsi a diversi mestieri, io oppongo alcuni dubbi. Sto leggendo, infatti, da più parti che i toreri tramandano in genere la propria attività di padre in figlio e che i ragazzini vengono addestrati fin dall'età di sette anni, nell'ambito di ineludibili tradizioni familiari. Coloro che crescono in tale clima di fanatica ed esasperata esaltazione di forza, coraggio ed eroismo, riescono difficilmente a intravedere una prospettiva diversa e a ribellarsi, a non farsi travolgere da una tradizione pericolosa per la propria incolumità, oltre che crudele verso un animale che, senza alcuna effettiva esigenza, viene privato della propria dignità e diviene oggetto di pubblica derisione.
Magari, chi si ribella lo fa quando è troppo tardi, come il torero colombiano Alvaro Munera (conosciuto come “El Pilarico”) che, incornato da un toro durante una corrida nel 1984, riportò lesioni alla spina dorsale che lo resero paraplegico. Munera è diventato da allora un membro del consiglio della sua città natale Medellin, sostiene i diritti dei disabili e promuove le campagne anti-corrida.
Per concludere, mi auguro che le morti dei toreri non siano più momenti di gioia per qualcuno (considerato che anche per me questo è fanatismo), ma un'occasione di riflessione che possa portare ad abolire definitivamente tale crudele e pericolosa tradizione, che in alcune regioni spagnole sembra già essere stata messa al bando. Nella speranza che gli interessi politici ed economici non ostacolino il raggiungimento di tale risultato.

domenica 2 aprile 2017

Divenire consapevoli tutto l'anno

Oggi ricorre la decima Giornata della consapevolezza dell'autismo indetta dall'Onu, dedicata quest'anno alla tema dell'autonomia e dell'autodeterminazione.
L'anno scorso nel mio "vecchio" blog ho parlato diverse volte del problema dell'autismo. In occasione della precedente giornata, richiamando un episodio che mi aveva colpito molto da vicino, avevo riflettuto su come lo Stato italiano sia spesso assente per le famiglie con ragazzi autistici, che giunti alla maggiore età non hanno più alcuna struttura specifica che li possa aiutare o validi strumenti per l'inserimento nella società. Avevo, poi, letto un episodio accaduto all'estero, con un giovane cameriere autistico di Manchester, che aveva trovato lavoro in un ristorante in cui svolgeva la sua attività con passione, dedizione e professionalità. Fino a quando alcuni clienti non si sono lamentati, infastiditi all'idea di farsi servire da lui, arrivando addirittura ad invitarlo a indossare una maglietta per segnalare la sua disabilità. Per fortuna, il proprietario è intervenuto in favore del ragazzo, invitando i clienti che non volessero farsi servire da lui a cambiare ristorante.
La mancanza di sensibilità, la paura del diverso, la stupidità e l'ignoranza sono purtroppo elementi fin troppo diffusi. Penso alla ragazzina che ha dovuto rinunciare a una gita perché discriminata dai suoi compagni e dai loro genitori. Oppure a un padre che su Tripadvisor si è lamentato che nel villaggio turistico vi erano troppo ragazzi disabili che avrebbero procurato sofferenza ai suoi figli.
Oggi le cose non sono cambiate molto, ovviamente. Sono stati fatti, certamente, passi avanti nella diagnosi precoce, nella definizione di livelli essenziali di assistenza e di leggi specifiche che impongono alle Regioni di intervenire. Tuttavia, ci sono molte testimonianze che ci fanno capire quanti problemi ancora ci siano, come quella di una madre che parla della sua vita con un figlio autistico, dell'assenza di terapie domiciliari e di aiuti finanziari, con l'unica possibilità di mandare il figlio in una comunità priva di cure specifiche.
L'obiettivo di una vera integrazione sociale appare molto lontano, con i bambini che spesso non ricevono quelle cure che consentirebbero loro di migliorare. Nonostante la diagnosi precoce possa essere effettuata tra i 18 e i 24 mesi, generalmente si procede con la diagnosi intorno ai cinque anni e solo anni dopo si effettuano i primi interventi riabilitativi e terapeutici.
Leggo che, in assenza di insegnanti con una preparazione specifica, i genitori spesso devono risolvere tanti problemi da soli, anche quelli di cui in realtà non dovrebbero farsi carico. E quando i ragazzi compiono diciotto anni, l'unica possibilità per uscire dall'isolamento, per loro assai nocivo, è quella di recarsi nei centri diurni, in compagnia di disabili con sindromi assai diverse.
Leggo anche gli odierni post di politici che si stanno ricordando di questi ragazzi e delle loro famiglie e stanno mandando loro un pensiero affettuoso, pensando a cosa fare nel prossimo futuro. Reali impegni di uno Stato che dovrebbe intervenire per garantire una vera integrazione sociale o solo promesse elettorali?


Qui sotto gli estratti dei miei precedenti post

Alla ricerca di piccole gocce di umanità (pubblicato in data 10 marzo 2016)

Episodi atroci di efferata violenza, da ultimo il delitto di Roma, non possono certamente lasciare indifferenti. Procurano sempre quel sentimento di orrore e disgusto, non solo per la ferocia e la spietatezza di certi esseri che di umano mostrano poco, ma anche per quegli pseudo opinionisti che cavalcano l'onda delle notizie, scavano nella vita privata delle persone coinvolte e traggono le loro conclusioni banali e offensive.
In questi momenti, la mia fiducia verso il genere umano vacilla pericolosamente, per cui sento di aver bisogno di un po' di conforto, di acquisire consapevolezza che in giro ci sono ancora piccole gocce di umanità. Per fortuna la mia attenzione si concentra su una notizia a prima vista un po' triste.
In un ristorante di Manchester, un giovane cameriere di nome Andy svolge il suo lavoro con impegno e professionalità da circa tre settimane ed è certamente benvoluto dal proprietario Mike. Tuttavia, alcuni clienti non vogliono essere serviti da lui. Il motivo è presto detto: il giovane e volenteroso Andy è purtroppo affetto da una forma di autismo. Nonostante l'impegno del ragazzo, i clienti non vogliono sentir ragione e addirittura invitano il giovane a segnalare la sua malattia con una maglietta, oltre a chiedere scandalizzati al proprietario perché lo faccia lavorare!
Le parole a volte feriscono molto più delle coltellate e sicuramente le discriminazioni non aiutano Andy che cerca solo di inserirsi nella società e superare gli ostacoli che la sua malattia gli pone continuamente davanti. Tra questi ostacoli vi è sicuramente l'ignoranza di alcune persone, il loro finto perbenismo: certamente, dovrebbero essere loro a portare una maglietta che evidenzi il loro problema, ovvero una grave forma di idiozia.
Fortunatamente, Andy, tra i tanti ostacoli, è riuscito a trovare un bravo datore di lavoro. Mike nella sua pagina Facebook con poche e incisive frasi ha chiesto a tutti i clienti del suo ristorante che credono di non dover farsi servire da Andy di non prenotare nel suo locale.
Mike e la sua compagna Karen hanno affermato che tutto quello che interessa loro è avere qualcuno con entusiasmo e passione, cui insegnare poi tutto ciò che serve.
Un esempio meraviglioso di umanità e rispetto, contro ogni forma di discriminazione e di assurda paura del "diverso".



La Giornata Mondiale della consapevolezza dell’autismo (pubblicato in data 2 aprile 2016)

Oggi ricorre la nona edizione della Giornata Mondiale della consapevolezza dell’autismo, una giornata di sensibilizzazione voluta dall’Onu con molte iniziative volte a promuovere la conoscenza di questa disabilità. Per l'occasione, i monumenti di molte città italiane e mondiali sono stati illuminati di blu.
Leggo che in realtà si tratta di una delle malattie meno conosciute e meno indagate. Secondo alcune stime in Italia le persone colpite sarebbero circa mezzo milione, ma non vi è certezza di questi numeri, così come non vi è consapevolezza delle cause e delle conseguenti terapie da adottare. La maggior parte degli studi e delle ricerche parla di autismo infantile, senza considerare che quei bambini poi cresceranno e l'autismo, quel peso che si portano addosso, non scomparirà con il raggiungimento della maggiore età. Arrivati a quel punto, piuttosto, le difficoltà saranno ancora più grandi perché lo Stato (almeno quello italiano) non è pronto a questo passaggio e la società ancora non è preparata ad accoglierli.
Riguardo all'atteggiamento della società, in un mio precedente post (Alla ricerca di piccole gocce di umanità) avevo parlato della storia di Andy, ragazzo inglese autistico, cameriere in un ristorante di Manchester difeso dal suo datore di lavoro contro la stupidità e l'ignoranza dei clienti.
Adesso, comunque, vorrei parlare di un episodio che mi ha toccato molto più da vicino. Un mio collega di lavoro aveva due figli, tra cui una bambina autistica, alla quale si è dedicato con tutte le sue forze per farla crescere con serenità, con le cure adatte e, soprattutto, con immancabile affetto, dovendo supplire a quello della madre che ha pensato bene di abbandonare tutti e andarsene. Purtroppo devo parlare al passato, perché il mio collega se ne è andato quasi due anni fa per un tumore al cervello. La bambina, ovviamente, non può essere affidata ai nonni troppo anziani e adesso si trova in un Istituto. Noi colleghi abbiamo cercato di star vicino alla famiglia anche economicamente con piccole collette. Tuttavia, se la situazione è quella descritta negli articoli che ho appena letto, mi viene una grande tristezza nel pensare a cosa accadrà a quella bambina una volta divenuta maggiorenne. Spero, quindi, che lo Stato intervenga per risolvere situazioni simili a questa e per aiutare persone che non possono essere lasciate da sole.



L’ignoranza e la stupidità continuano a fare male (pubblicato in data 19 aprile 2017)

In questo blog mi sono già occupato altre volte delle problematiche legate all’autismo e sono consapevole di quanta ignoranza e indifferenza vi sia attorno a questo tema: ragazzi discriminati sul posto di lavoro, uno Stato assente per coloro che diventano maggiorenni e vengono abbandonati assieme alle loro famiglie, idioti che chiedono di indossare magliette che segnalino il problema.
Quindi, il recente episodio della ragazzina autistica di 13 anni che ha rinunciato al viaggio di istruzione a Mauthausen perché discriminata dai compagni non dovrebbe stupirmi più di tanto.
Eppure, fa male leggere le parole della sua mamma: “L’arrivo di nostra figlia è stato un dono del Signore. Ma dirle che è stato tutto facile no, non me la sento. È dura, è estenuante; è una battaglia ogni giorno. Da piccola non parlava. Passava il tempo e non parlava. Però con testardaggine ha fatto le elementari e adesso è in terza media…. Mia figlia è negli scout. Con il gruppo sta via anche due, tre giorni. Dorme con le altre in tenda. Si comporta da persona normale... Normale... Lo vede che devo giustificarmi? Me l’hanno processata e condannata da innocente… Ma davvero, non ce l’ho con i compagni di classe. I messaggini li considero una ragazzata. Sono gli adulti che mi hanno deluso e rattristato” (da un'intervista pubblicata sul Corriere della Sera).
Ricordo quando avevo dieci anni, ero un ragazzino timido e qualche compagno in gita ebbe alcuni problemi a dormire con me perché “ero troppo serio e portavo gli occhiali”. Poi, sono cresciuto, ho raggiunto da solo i miei obiettivi, perché in realtà non avevo nessun problema e le stupidaggini dei bambini viziati e cattivi sono scivolate via.
Altri ragazzi che, invece, hanno problemi andrebbero aiutati, ma l’indifferenza scava un abisso intorno a loro, abisso che molto difficilmente potranno superare da soli, mentre le cattiverie altrui sono ferite profonde che si porteranno dentro.
Il Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini ha inviato ispettori ministeriali a scuola a Legnano per chiedere chiarimenti. Un atto doveroso questo, che riguarda il singolo caso, ma non basta a risolvere il problema generale.
Lo Stato dovrebbe fare molto di più con interventi che tutelino e sostengano le famiglie di bambini autistici, adottando anche campagne di sensibilizzazione sul tema. Tuttavia, queste opere di sensibilizzazione non serviranno a nulla, se tutti noi che siamo parte integrante di questa società continueremo a pensare che i problemi sono sempre e solo degli altri.
Citando Temple Grandin, "different, not less".


Su Facebook negli ultimi giorni circola un messaggio su questo tema da ricopiare come in una “catena di Sant’Antonio”, ma io ho preferito non ricopiare nulla e scrivere qui ciò che penso davvero, cercando di contribuire con una mia piccola goccia.

Discutibili recensioni su Tripadvisor (pubblicato in data 26 luglio 2016)

Tripadvisor è un famoso portale web in cui sono pubblicate le recensioni degli utenti su hotel, ristoranti e altre attrazioni turistiche. Si tratta, solitamente, di giudizi che, condivisibili o meno, aiutano le persone ad orientarsi nella scelta della propria meta di viaggio.
Accade, però, che una di queste recensioni finisca per sollevare parecchie polemiche. Un padre, infatti, si è lamentato su Tripadvisor, affermando che nel villaggio vacanze dove era appena stato con i propri figli vi erano troppi ragazzi disabili, la cui vista aveva turbato profondamente la serenità dei suoi bambini, costretti tutto il giorno a guardare persone sofferenti. Questo signore sarebbe, quindi, intenzionato a chiedere un risarcimento alla struttura ricettiva, rea di non averlo avvisato della presenza di turisti disabili.


Questa recensione ha scatenato la reazione inviperita di Selvaggia Lucarelli che nella sua pagina Facebook parla dell'imbecille di turno che "ha intenzione di denunciare la struttura perché c’erano troppi disabili. E poverini, i figli sono rimasti impressionati. Mica da un padre così, no, da due carrozzine". Ovviamente, di fronte al linguaggio colorito di Selvaggia (che rimane una delle più interessanti teste pensanti nel Web), le risposte degli utenti sono state, come sempre, contrastanti.
Mi colpisce, in particolare, un commento secondo cui non vi è nessuna legge che imponga ad un padre di insegnare ai propri figli a convivere con la diversità e la disabilità. Sinceramente, trovo questo commento sconcertante. Certamente, non vi è nessuna legge scritta approvata da un Parlamento e pubblicata in Gazzetta Ufficiale, ma, a mio avviso, esiste una legge morale, basata su sentimenti di umanità ed empatia, secondo cui un genitore ha il dovere di far capire ai propri figli che la diversità esiste e non è un elemento negativo, ma deve essere rispettata e apprezzata. Anche perché, in fondo, ognuno di noi è un diverso, possedendo peculiarità che lo distinguono da tutti gli altri e lo rendono speciale. Questo insegnamento è fondamentale anche per evitare che alcuni bambini divengano vittime di atti di bullismo da parte di soggetti convinti che la diversità implichi debolezza e inferiorità.
La disabilità, a sua volta, non deve essere considerata una fonte di sofferenze da cui proteggere i propri bambini, relegandoli in un mondo inesistente: i bambini proprio con le sofferenze devono imparare a convivere, per poter sviluppare quei sentimenti di solidarietà ed empatia di cui, oggi, purtroppo si sente spesso la mancanza.
In proposito, molto toccante e significativa è la risposta di Jacopo Melio, ventiquattrenne attivista per i diritti dei disabili, anche lui costretto in una carrozzina: "Se mai un giorno avrò dei figli vorrò insegnare loro che la vera disabilità è negli occhi di chi guarda, di chi non comprende che dalle diversità possiamo solo imparare. Disabile è chi non è in grado di provare empatia mettendosi nei panni degli altri, di mescolarsi affamato con altre esistenze, di adottare punti di vista inediti per pura e semplice curiosità".